Qualche mese fa volevo comprare un pendolino.

Girati due o tre negozi, non ne ho trovato uno che mi piacesse. Poi un pezzo di carborundum ha attratto la mia attenzione, ma montarlo sarebbe stato un problema. Così, guardandolo per capire come fare, ho avuto l’idea di farlo da sola, il pendolino, di vetro, visto che sono anni, ormai, che faccio perle di vetro, di qualsiasi forma.

Mi ha sempre affascinato il vetro, questo suo nascere dall’alchimia del fuoco che fonde insieme silicio e ossidi metallici, creando colori, trasparenze e giochi di luce, opacità luminose. Mi ha sempre intrigato la sua fragilità racchiusa in un’estrema durezza. Eppure, se ben lavorato, la sua massa è coesione. Buttate una perla a terra, non si romperà. E’ una lavorazione antica.

Le perle sono probabilmente l’ornamento più antico usato dall’uomo. Le prime perle in pasta vitrea nascono forse in Mesopotamia verso il 2300 a.C., poi acquistano la purezza e la luminosità propria del vetro a Venezia nel XIII secolo, con le perle di conteria, minuscole perline monocrome, ottenute da sottili canne vitree forate, utilizzate per monili, ricami, composizioni varie, e preziosa merce di scambio ed esportazione verso Africa, Americhe, India.

Le perle policrome, grandi, di forme, disegni, decori infiniti, nascono nel XVI secolo. Oggi, come allora, si fanno nello stesso modo, una ad una, fondendo, con il calore della fiamma, bacchette di vetro monocromatiche (le canne), per passaggi successivi, e arrotolandole intorno ad un tondino di ferro ricoperto di una pasta argillosa per non farle attaccare al metallo, creando forme diverse, policromie infinite.

Il limite è la propria creatività. Oggi come allora vengono chiamate perle a lume. Allora venivano lavorate alla fiamma di una lampada alimentata con grasso di balena (il lume, appunto), la cui fiamma veniva arricchita di ossigeno da un soffietto in modo che si potessero raggiungere temperature adatte alla fusione del vetro. Oggi si utilizzano bombole di gas e di ossigeno, ma la definizione “a lume” è rimasta.

 

Una delle domande più frequenti che mi sono state poste è stata “ma il foro come lo fai?”.

In realtà, si potrebbe dire che la perla di vetro si sviluppa attorno al foro, che è il vuoto che si crea quando si sfila il “mandrino” (il tondino d’acciaio) intorno al quale si arrotola man mano il vetro fuso. Nella fiamma, il vetro si fonde e si adagia sul mandrino che viene continuamente ruotato con una mano, per permettere al vetro di arrotolarsi, di non colare, di assumere forme più o meno sferiche, superfici levigate o rilievi.

Il risultato è che ogni perla è unica e difficilmente ripetibile, anche volendo non se ne potrebbero creare due perfettamente uguali. Se tutto questo lavoro di fusione, di arrotolamento, di passaggi successivi di vetri di colori differenti, lo faccio utilizzando solo la punta del mandrino e lasciando tutta la massa del vetro libera, sospesa nell’aria, continuando a ruotare finché è abbastanza fredda da non crollare sotto la forza di gravità, posso fare una perla senza foro passante, solo con l’incavo per alloggiare un perno che andrà a completare il pendolo.

Io sono nata in un piccolo paesino marinaro del Sud dell’Italia, da un padre campano e una madre ravennate, ma porto dentro di me un filo sottile che mi collega a Venezia, e alla memoria delle “impiraresse”, le donne che infilavano le perle di conteria, mogli, madri o figlie degli “arsenalotti”, gli operai dell’Arsenale di Venezia. Ma questa è un’altra storia …

 

Donatella Vitale 

 

Credits: Photo by Donatella Vitale

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